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Mauro Cimicchi cala il settebello. L’ironman spoletino ha completato la sua settima impresa a Copenhagen, l’ennesima sfida che stavolta ha vinto dovendo stringere i denti fino a digrignarli. Semmai ce ne fosse bisogno un segno della tenacia irriducibile che lo ha spinto oltre nelle ultime tre ore di gara quando ha dovuto superare una forte crisi di stomaco. “Fino all’undicesima ora è andato tutto liscio, – racconta Cimicchi – poi all’improvviso ho iniziato a vomitare continuamente fino a non poter bere neanche una goccia d’acqua. Sono arrivato completato disidratato, molto provato fisicamente e mentalmente ma contentissimo. L’Ironman del resto è una gara imponderabile”. Al traguardo 4 kg in meno ma tanto orgoglio. In totale 14h13′ per il 61° tempo di categoria su 95 partecipanti (M 55-60).

Cimicchi aveva preso di petto la competizione di Copenhagen. In acqua salmastra ma soprattutto fredda (18°) ha stampato il personale su 3,9 Km (100 metri in più rispetto alla distanza standard) uscendo in 1h13′ col 22° tempo di categoria. Da superare anche la nebbia densa che impediva di vedere le boe e poi la temperatura rigida che si è fatta sentire pure in zona cambio e poi sui 180 km di bici. Lì, un altro ostacolo. “Le informazioni date dall’organizzazione parlavano di un percorso piatto invece c’erano 1100 metri di dislivello. Per acclimatarmi dopo il nuoto ci sono volute tante energie, mi sono dovuto coprire. Inoltre abbiamo trovato un asfalto drenante con la grana grossa invernale che rendeva più dispendiosa la pedalata”. Alla fine 41° tempo in 5h55′ a 30,5 km/h, nonostante le difficoltà logistiche non lontano dai 32 di media di Barcellona. La spinta giusta per la corsa (42 km) quando Cimicchi ha dovuto ricorrere a tutte le risorse messe a disposizione dalla propria macchina umana.

“Ho corso di introspezione, in gergo si dice guardandosi lo scheletro, ovvero pensando ad ogni movimento come in un display. Per lunghi tratti sono riuscito ad estraniarmi da tutto, ho corso in trance”. Per farlo ha dovuto girare il pettorale per impedire che la gente ai lati della strada leggesse il nome e lo incitasse troppo caldamente disturbandone la concentrazione. “Il giorno prima – l’altro segreto – sono andato all’arrivo per visualizzarlo. Avevo in testa la meta, i colori, l’ultimo ponte, è stato fondamentale”.

Soffrendo il dolore fino allo striscione dove ha ritirato la medaglia sul cui retro c’era scritto “Questo non è un party da tè”. Cimicchi lo sapeva bene e dopo qualche giorno di meritatissimo riposo ha iniziato a ricaricare le batterie. Chissà dove sarà il prossimo appuntamento, in mezzo tanti dettagli su cui lavorare: “Volevo fare il miglior tempo di sempre. Forse sono arrivato troppo in forma, avessi avuto un pò di pancetta in corpo ci sarebbero state le riserve per sopportare meglio la crisi finale. La mente ci mette un pò a rigenerarsi, è stata dura ma dopo qualche giorno ho iniziato a vedere sul web la prossima possibile destinazione”.

 

 

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