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Di Pato – Per un appassionato spoletino di calcio a cinque non è stato facile vedere la serie finale del campionato quella tra Asti e Rieti: se da una parte c’erano i Sabini, legati alle vicende Maran da una consolidata amicizia derivante dalla contiguità geografica e dalla tante sfide tra le under 21, oltre alle diverse volte in cui i bluarancio hanno fatto da sparring partner alla prima squadra del presidente Pietropaoli; dall’altra sponda, quella piemontese, c’era alla guida uno che più di un pezzo di cuore ha lasciato al PalaRota e dintorni, quell’Alexandre de Souza che tutti hanno imparato a conoscere, sin da quando è arrivato a Spoleto (nell’estate 2006) con il soprannome di Cafù, per l’impressionante somiglianza con il pendolino brasiliano ex Roma e Milan.

E allora un pezzo dello scudetto che l’Asti ha, con immenso sudore, conquistato martedì sera ce lo prendiamo volentieri; Cafù lo accetta di buon grado, facendo riaffiorare i tanti ricordi che l’hanno visto per tre anni allenatore in seconda (prima di Albani e poi di Monsignori) e poi primo allenatore nella stagione 2009-2010.

“Alla città di Spoleto ed alla Maran devo praticamente tutto, in particolar modo a Nazzareno D’Atanasio che, al mio arrivo da Cesena, mi aiutò a completare tutto l’iter burocratico con il permesso di soggiorno, facendomi entrare nella grande famiglia bluarancio e dando inizio ad una storia che mi ha portato sin qui. Sono state stagioni indimenticabili e vissute a fianco di persone meravigliose”.

Rapporti con la città del Festival che non sono mai stati interrotti.

“Ricordo con molto piacere tutti, in particolar modo Roberto Brunetti “Gazza” e Lorenzo Santillo, ma non posso dimenticare nemmeno tutti i ragazzi della under 21 e della Juniores che ho allenato quando ero là e con cui mi fa molto piacere restare in contatto, avendo convissuto con loro momenti belli e anche meno belli”.

E ora lo Scudetto con l’Asti, la stessa squadra che Cafù affrontò con la Maran durante la stagione della sua prima esperienza come head coach.

“In questi anni in Piemonte ho capito che anche loro ricordavano bene quel doppio confronto: all’andata perdemmo 2-1 in casa loro ed al ritorno finì 6-6 al termine di una battaglia eccezionale, al termine della quale loro festeggiarono la promozione in serie A. Beh… posso dire che lasciammo la sensazione che potevamo batterli, una delle poche squadre in grado di farlo”.

Dalla promozione in A al sospirato Scudetto ci sono voluti sei anni per l’Asti, ci è voluto Cafù…

“Ma l’Asti, in questi anni, ha vinto molti trofei, non è che è stato a guardare. E poi il merito mica è solo mio. Devo ringraziare la società e il presidente per la fiducia che hanno riposto in me; lavorare qui è meraviglioso perché si è nella condizione di poter esprimere al meglio le proprie possibilità. Per quello che mi riguarda, posso dire che ho cercato di mettere in campo tutta l’esperienza fatta in questi anni, in particolar modo quella maturata lavorando con Tabbia e Polido, magari cercando di metterci del mio in quei particolari che ritenevo importanti. Voglio anche dire che la cosa fondamentale è stato il rapporto che ho avuto con i ragazzi, molti dei quali già li conoscevo e che ritenevo amici prima di tutto; una cosa che va oltre il rapporto allenatore-giocatore e che ha facilitato il mio compito. In campo si è visto che hanno messo tutto per loro stessi, ma anche per essere ricordati come quelli che sono stati i primi a conseguire un tale risultato per i nostri tifosi e per una società che, già da qualche tempo, si sa che potrebbe chiudere”.

 

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